Il giorno che caddi fuori dal mondo

Un’altra storiella nata leggendo qualche post di Mario.

Pensando al personaggio non avevo in mente nessuno. Né questa storiella vuole essere contro la tecnologia o il social networking, ma è solo una semplice idea spuntata dalla consapevolezza che qualunque cosa se portata all’eccesso…

Il giorno che caddi fuori dal mondo

05:00

La sveglia scatta tutte le mattine alle cinque, più per scelta che per esigenza. Alzarsi a quest’ora non è un problema, lo è stato finché l’abitudine non ha prevalso sul fisico. La mia non è una sveglia qualsiasi, ma un Social Reader, un gadget trovato in Russia, dove secondo me non dormono mai. Durante la notte il Social Reader prende dalla rete i messaggi che mi riguardano e dalle cinque del mattino, attraverso le cuffiette bluetooth, me li spara dritti nel cervello. Dopo colazione, ho già il pieno controllo della mia vita sociale.

A proposito, mi chiamo FaCa.org. O meglio, tutti mi conoscono con questo nickname e d’altra parte, se qualcuno dovesse chiamarmi Fabio, credo che non mi volterei.

06:40

Alle sei e quaranta il Social Reader lascia il posto all’Agenda elettronica. Nel tragitto da casa alla macchina, quindi alla stazione della metropolitana, dalle cuffiette aderenti come guanti di plastica anallergica, l’Agenda mi spiega gli impegni della giornata con una calda e sensuale voce femminile. Riguardo la voce dell’agenda, i miei pochi amici Offline non perdono occasione per tirare fuori facili riferimenti a frustrazioni e complessi vari, invece di vedere oltre.

07:00

Tutte le mattine, neanche fosse un rito religioso, riesco a inveire sulla mancanza di cuffiette realmente immuni al rumore del treno. Chi si ostina ad ascoltare musica in metro usa cuffie enormi o tiene il volume così alto da fondere i suoni in un brodo cacofonico.
Sulla metro, io accendo il tablet. Sono sincero, lo farei anche se trovassi cuffiette immuni al rumore. Da quando nella metropolitana hanno installato i ripetitori G4, il tempo di viaggio lo spendo tutto su Internet. Qualche volta gioco anche, ma lo strip poker non si addice al posto.
Il tablet è perfetto per le notizie, articoli tecnici, un paio di siti specializzati in gadget ed un po’ di social network. Quattro tweet al giorno sono sicuri: sono entrato in metropolitana; sono uscito dalla metropolitana.

07:30

Per andare dalla metro all’ufficio prendo una navetta per circa mezz’ora. Qui la tentazione è irresistibile, perché stando seduti si può fare sul serio. Il tablet sarà anche comodo, ma se devi scrivere sul serio, dopo un po’ che scii con le dita sullo schermo, ti girano le palle. Sulla navetta accendo il portatile.
Ogni strumento va usato per quelle che sono le sue caratteristiche, si tratta di una legge che ho imparato a seguire con la stessa forza cieca di un fanatico religioso. Un approccio che ha dato inattesi e positivi effetti collaterali. Ad esempio non mi imbarazza più l’uso in pubblico del Thoughts Recorder, uno
strumento indispensabile per non perdere il controllo della propria mente. È un dato di fatto il continuo rischio di esondazione che corre ogni testa, per via del flusso quotidiano di informazioni da digerire.
Il problema non è tenere le fila di tutto, ma riuscire a concentrarsi su qualcosa a lungo, focalizzare l’attenzione su un singolo obiettivo fino a raggiungerlo. La testa è bombardata da pensieri, sogni, idee, colori e suoni, tutti frammenti in attesa di concretizzarsi in qualcosa, come se fossero tanti file torrent.
Così quando il tuo cervello partorisce finalmente qualcosa, allora tiri fuori il Thoughts Recorder e lo registri. Purtroppo non è ancora disponibile il modello capace di succhiare i pensieri direttamente dalla mente, così devi registrarli a voce e all’inizio la cosa mi imbarazzava. Oggi afferro il Toughts Recorder
come un poliziotto farebbe con la Beretta per sparare ad un terrorista in fuga, ed in mezzo alla folla grido cose tipo “Oggi alle 21.00 fanno Matrix, se neanche stavolta riesco a vederlo sono proprio un coglione!”.

08:00

La fortuna è che il lavoro mi consente di stare sempre online ed ho acquisito la capacità di fare più cose contemporaneamente. Le riunioni poi sono i momenti migliori, soprattutto quando i partecipanti sono numerosi, per non parlare delle conferenze dove la capacità di multi-threading sale fino a quattro
attività contemporanee. Ricordo una riunione durante la quale riuscii a: chattare con un collega che non sentivo da anni; prenotare una vacanza, alla quale poi mi scordai di andare; sentire il commento sulla partita della Juve; twittare un proverbio cinese trovato in un cioccolatino preso dal tavolo della
riunione; sembrare normale.
Sembrare normale non è così scontato, soprattutto nei confronti degli Offline. È da loro che spesso mi sento dire: “Dai sempre l’impressione di essere altrove, lontano anni luce”. Secondo me, non sanno il significato della loro domanda.

16:00

Il giorno che caddi fuori dal mondo mi addormentai nel bagno dell’ufficio. Erano le quattro e non mi era mai successo prima. Forse è stata colpa del pranzo al ristorante Vietnamita, dove provai sei piatti consigliati, via chat, da un amico francese (fanculo alla nouvelle cousine).
Crollai che ero seduto sul water, con le cuffiette sulle orecchie ed il microfono in “mute” per evitare che alla conference call arrivassero strani rumori.

20:00

Gli eventi traumatici, sia positivi che negativi, sono come parassiti che penetrano nel corpo agendo su fisico e umore. Spesso non ti accorgi di loro, finché gli effetti non arrivano all’improvviso. Quando mi svegliai avevo la testa piena di ricordi d’infanzia, io che non rammento nemmeno il paese dove sono
nato. Avvertivo perfino l’odore dei campi dove giocavamo a pallone.
Mi alzai dal water con le ossa a pezzi, accartocciato come dovette sentirsi il gatto Tobia, il giorno che non fece in tempo a spostarsi mentre nonna Lucia si sedeva.
Fissai ebete lo smartphone in fondo al water per due minuti e sentii le parole di nonna Lucia “Sei schizzinnoso come Tobia. Guarda che il grasso del prosciutto mica ti uccide”.
L’idea che nel piscio fossero caduti seicento euro mi fece venire coraggio. Sforzo inutile però, lo smartphone rimase inanimato come Tobia il giorno che si strozzò con il grasso del prosciutto.

20:15

Sulla scrivania, nel silenzio surreale dell’open space al terzo piano, trovai lo zaino svuotato. Riuscii a non piangere, anche se una lacrima sfuggì lo stesso. Come un mantra, mia nonna ripeteva sempre, anche se il più delle volte a sproposito, “Chi è causa del proprio male, pianga se stesso”.
Fanculo nonna.

23:15

Camminare tutta la notte per la città dove vivi e non riconoscerla, mi fece sentire idiota. Mentre notavo particolari dei quali non mi ero mai accorto prima, mi chiesi se qualcuno fosse in pensiero per me ed immaginai fiumi di dibattiti nel web sulla mia assenza. L’idea che nessuno fosse in pensiero era
inconcepibile, FaCa.org non è un nome qualsiasi. Alla profonda tristezza di essere precipitato nell’inferno degli Offline, si aggiunse quella di non poter
pubblicare il solito post serale, una tradizione di anni spezzata.

23:25

Non entrai in alcun Internet shop, per godere fino in fondo la sbronza da dolore, come ogni vittimista che si rispetti. Lasciarsi andare tra le onde dense e lente del vittimismo è più facile di quanto si possa credere ed una volta nel gorgo, ci si lascerebbe schiacciare da una macchina per dimostrare l’ingiusto
accanimento del destino nei propri confronti.
23:55

“Ciao Fabio!”
Sentendo quel nome non avrei dovuto voltarmi ed invece mi girai quasi di scatto. Riconobbi subito la voce, nonostante appartenesse ad un passato remoto. La verità, e lo scopro solo ora, è che avevo atteso da sempre di ascoltarla, una appuntamento del quale non ero cosciente.
“Ti ho cercato tante volte, sai? Ma non rispondi mai al telefono?”
Ma quale numero aveva fatto? Possibile che non avesse avuto modo di contattarmi nel web? Ma non riuscii a dirle una sola parola, paralizzato dall’immagine nitida che avevo di lei da piccola, quando correvamo per i campi, e dalla donna che invece avevo di fronte.
“È incredibile che ti abbia incontrato proprio oggi, non torno in Italia da anni.”
Era felice di avermi trovato e mi aveva cercato da chissà quanto. Io la fissai senza riuscire a mettere a fuoco un solo pensiero.
“Non dici nulla?”
No, non dissi nulla tutto il tempo. Mi salutò con un sorriso e la lasciai andar via. Che diavolo avrà pensato di me?

00:20

Nella vetrina di un’agenzia viaggi vedevo riflessa la mia intera figura. E le immancabili cuffiette e gli occhiali da Sole. Mi fissai perplesso finché non apparve anche l’immagine di nonna Lucia, sorridente con in braccio Tobia. Smise di sorridere quando mi guardò e disse “Si Fabio, sei un cazzone!”.

00:45

Tornai a casa con la voglia di dormire e dimenticare tutto. I ricordi di quella giornata erano crampi nello stomaco, soprattutto quelli dell’incontro con lei e la consapevolezza che non avrei avuto il coraggio di cercarla.

Ma l’idea nuova era partire. Un viaggio implica un cambiamento ed avevo preso il depliant di un viaggio in India. Era perfetto, due settimane lontano da tutto e tutti.
Prima di addormentarmi fissai il depliant. Si, era un’idea fantastica.
E poi il volo era della Quantas, quelli danno l’accesso ad Internet anche alla classe economica!

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One Response to Il giorno che caddi fuori dal mondo

  1. Francesco

    Per fortuna io sono Offline! Viva nonna Lucia

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